Ebola, rischi di contagio

Ebola, rischi di contagio

Prima di parlare più diffusamente dell’ Ebola e di come si rischi il contagio, occorre fare alcune doverose premesse.

Come riportato sul sito ufficiale del Ministero della Sanità, organo preposto a sorveglianza della salute nel nostro Paese, in Italia non è mai stato registrato un caso di trasmissione dell’Ebola. Non solo, perché anche nel resto dell’Europa e del mondo – fatta salva l’area dell’Africa in cui l’epidemia si è sviluppata, raggiungendo picchi allarmanti – i casi di trasmissione del virus sono molto pochi; le persone infettate, isolate subito dopo essere state rimpatriate, hanno contratto il virus nelle aree a rischio, e una volta a casa vengono curate con farmaci sperimentali che tuttavia in molti casi si stanno rivelando efficaci.

Per tutti questi motivi, oggi un’epidemia di Ebola che coinvolga l’Italia e più in generale l’Europa appare decisamente improbabile. Tanto più che, a differenza per esempio delle più comuni sindromi influenzali, l’Ebola non può essere trasmessa per via aerea, bensì esclusivamente attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di persone ammalate (oppure attraverso il contatto con oggetti contaminati da tali fluidi, quali per esempio siringhe, spazzolini da denti, forbici e altri oggetti con cui il malato non viene semplicemente a contatto, ma infetta mediante particelle di sangue, saliva o altri fluidi corporei).

Il virus Ebola (EVD) è uno dei più temibili in quanto non è ancora disponibile una cura definitiva, ma solo vaccini e farmaci sperimentali, di cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha autorizzato l’utilizzo poiché non ci sono alternative percorribili. La mortalità è molto alta, e in passato oscillava dal 25% al 90%. Originaria del Congo e del Sudan – dove apparve per la prima volta, in simultanea, nel 1976 –

l’Ebola probabilmente è stata trasmessa all’uomo dalle cosiddette volpi volanti, enormi pipistrelli che popolano le foreste pluviali africane e di cui gli uomini del luogo a volte si cibano, venendo così a contatto con le loro carni infette. Non sono solo scimmie volanti e pipistrelli della frutta a portare il virus: anche scimpanzé, scimmie e gorilla sono pericolosi; è perciò altamente sconsigliato raccogliere, trasportare o maneggiare in qualsiasi modo le loro carni, anche da morti (l’Ebola, infatti, sopravvive anche per un certo periodo dopo la morte dell’animale o dell’uomo che ha sviluppato la febbre emorragica).

Ovviamente le zone popolate da questi mammiferi non si trovano certo in Europa, bensì, è bene ribadirlo nelle foreste pluviali dell’Africa Sub-sahariana, che da sempre costituiscono l’habitat naturale di queste particolari specie di pipistrelli e primati. Un’eventuale epidemia nel nostro Paese potrebbe dunque scatenarsi esclusivamente mediante l’infezione da uomo a uomo. Il rischio di infettarsi è tanto più alto, quando più ci si espone a un possibile contatto col sangue, le secrezioni, i tessuti, gli organi e tutti i tipi di fluidi corporei di uomini o animali portatori del virus. In particolar modo, va accuratamente evitato ogni contatto con le ferite aperte (indifferentemente di pelle o mucose), ma anche con le feci, la saliva, le urine, lo sperma e le secrezioni vaginali di chi ha contratto il virus. A differenza di altri virus – per esempio quello dell’HIV – l’Ebola è piuttosto resistente e, pur non trasmettendosi per via aerea, non muore immediatamente a contatto con l’aria: per questo motivo, può essere molto pericoloso anche solo maneggiare oggetti appartenuti al malato su cui quest’ultimo abbia perso o riversato fluidi corporei. E il caso per esempio di lenzuola o vestiti insanguinati o macchiati da altri fluidi organici, ma anche di stoviglie e servizi igienici.

Probabilmente questo è uno dei motivi per cui l’Ebola si è diffusa così rapidamente, in maniera capillare, in Paesi come la Nuova Guinea, la Sierra Leone e la Liberia, è che molte persone – totalmente ignare del rischio corso, non essendo per la maggior parte a conoscenza delle modalità di trasmissione del virus – si sono trovate ad assistere impotenti parenti e amici che avevano contratto il virus, infettandoli anche loro. Intere famiglie sono morte proprio per questo motivo, popolose comunità dell’Africa Occidentale sono state decimate da questa terribile epidemia.

Ovviamente a essere maggiormente a rischio contagio, da noi come in Africa, sono i medici e i paramedici che si occupano della cura dei malati, ma anche chi organizza le esequie e prepara il defunto per il funerale, vestendolo e preparandolo. In questi casi occorre utilizzare guanti e altri indumenti protettivi, accelerando i tempi per far sì che la sepoltura avvenga il prima possibile. Conoscere esattamente le modalità di trasmissione del virus e far sì che la popolazione ne sia informata nei dettagli è la prima, importante contromisura da attuare per diminuire i rischi di contagio. È inoltre importante sapere che, anche una volta che le persone sono guarite (cioè non presentano più i sintomi tipici della malattia, tra i quali spicca la febbre emorragica), non smettono di essere contagioso fino a che il proprio organismo conterrà ancora il virus. Quest’ultimo può essere attivo fino anche a due mesi dopo la scomparsa dei sintomi, restando in circolo e nel sangue e nei fluidi organici del paziente ormai – apparentemente – guarito. Per questo motivo, i pazienti vanno monitorati attentamente nei mesi successiva alla scomparsa della febbre. Si tratta di un periodo critico in cui, pensando di non correre più rischi, la persona guarita ma che è ancora infetta può trasmettere il virus anche mediante rapporti sessuali, dunque attraverso lo sperma; ne deriva che il preservativo – se non, ancor meglio, l’astinenza – per setto/otto settimane dopo la remissione della patologia.

Un’altra informazione importante, utile questa volta a non diffondere il panico, è che nel periodo di incubazione della malattia (che può variare da un minimo di due giorni a un massimo di ventuno giorni) il malato non è assolutamente infetto, dunque non può trasmettere il virus. Una volta che sopraggiungono i sintomi, poi, questi sono talmente violenti ed evidenti che il paziente resta necessariamente a letto, preda di una febbre altissima. Oltre infatti a sintomi in apparenza banali, tipici di ogni sindrome para-influenzali, quali per esempio stanchezza, dolori ossei e muscolari e mal di gola, l’Ebola provoca altissime febbri emorragiche durante le quali il paziente può anche delirare e perdere conoscenza. Pur dotato di una certa resistenza, infine, il virus Ebola viene facilmente debellato da candeggina, detersivi, luce solare e persino lavaggi in lavatrice. Una ragione in più per non temere eccessivamente i rischi di contagio da Ebola.

 

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